Sognando la California

Circolano tantissime voci, storie e leggende sulla Silicon Valley.

E con un pizzico di saccenza, prima di imbarcarmi nel mio primo viaggio verso il Nuovo Mondo, le consideravo tutte frutto della fervida immaginazione di qualche nerd brufoloso che trovava nell’accozzaglia di suoi simili la sua Mecca del divertimento.

andrea rinaldoIn buona sostanza non ritenevo possibile e giustificabile questo innamoramento repentino e duraturo verso questa piccola landa del nord della California, questa venerazione fulminea per la Terra Promessa di ogni wannabe-zuckerberg con il malcelato sogno nel cassetto di trasformare la sua strampalata idea silente in un cassetto da tempo immemore in una macchina sforna soldi.

Volevo capire anche io cosa spingesse migliaia di persona a trasferirsi da queste parti in cerca di ispirazione.

Ciò che mi frenava era il non voler dare ragione ai Dik Dik, insospettabili precursori dei tempi, che gorgheggiavano “sognando la California”, in una improvvida traduzione dai Mamas and Papas. Ma si sa, la baldanza va a cavallo e torna sempre a piedi. E nel mio caso, avrei preferito non tornasse. Avrei preferito rimanesse li, in California. All’interno di quella bolla di innovazione e fermento, autoalimentata dall’entusiasmo di masse di cervelli e menti fervide che si sfidano quotidianamente a cambiare il mondo, spesso riuscendoci.

Perché ti basta vedere una cartina della Bay Area per capire che è cosi. Ti basta leggere, in un fazzoletto di terra grande poco meno di una regione italiana, nomi di città che ti richiamano subito alla mente quanto di meglio è stato prodotto negli ultimi 40 anni. Cupertino, Mountain View, Palo Alto, Santa Clara, Sunnyvale che leghi subito ad HP, Microsoft, Nvidia, Yahoo, Apple, giusto per citarne qualcuna. Una regione che in meno di 2 milioni di abitanti produce quasi il 7% del PIL degli Stati Uniti.

20150304_123911Ma cosa succede qui, mi chiedevo? Perché qui?

Non so dare risposte che abbiano la pretesa di essere vere. Perché vorrebbe dire condensare centosessanta anni di storia in poche righe. Posso provare a raccontare le immagini e le emozioni della mia prima volta li e con queste, abbozzare timidamente al mio “perché li”.

 

Ti accorgi che c’è qualcosa di strano nell’aria avvicinandoti a San Francisco in areo. Venendo da sud, sorvoli la parte bassa della penisola. Allunghi il collo il più possibile, cercando di intravvedere il Golden Bridge. Ma c’è qualcosa che ti rapisce lo sguardo prima. Perché se sei nerd nell’anima non puoi notare qualche bontempone che ha ricostruito con degli isolotti artificiali una schermata di gioco di Space Invaders, cosicché sia ben visibile da chi la sorvoli. E’ un messaggio di benvenuto nella terra che ha dato i natali alla EASports, tra l’altro.

E procedendo poi in macchina verso sud, ti fermi inebetito ad ogni svincolo, indeciso se uscire per visitare il campus di Google o proseguire verso Apple, ritrovandoti poi a percorrere le stradine interne e vagare da un headquarter all’altro.

IMG_20150306_115218Visitando le sedi di coloro che una era tecnologica fa sono stati startupper da garage ed ora si trovano a governare su uno scranno di bit (e dollari) l’universo tecnologico globale.

Ti ritrovi a fare foto con gli Androidi, ti ritrovi a pedalare su una bicicletta  gialla verde rossa blu, colori di ordinanza del popolare motore di ricerca, sentendoti per poche ore parte di quel team, respirando la stessa arie viziata dal profumo dell’innovazione che evidentemente deve essere oltremodo salubre se tante idee ha prodotto in poco tempo.

Potrebbe sembrare un caso che tutto avvenga li.

Una fortunata coincidenza che ha portato tutti quanti a trasferirsi qui.

Perché è sempre primavera, forse.

Per il vantaggioso regime fiscale, si potrebbe pensare.

Balle.

Perché nulla è per caso.

La Silicon Valley è una zona schiacciata tra due autostrade, parallele. La 101 e la 280. MA non è questo che ne denota l’unicità. E’ che trasversalmente a queste due parallele, quasi a fondare un triangolo isoscele, ci sono Stanford, Barkley e Santa Clara. Due tra le principali università americane, con una prestigiosa storia centenaria. Non è un caso che gran parte dei fondatori delle principali aziende della zona provengano da queste due università, seguendo l’esempio dei primi, storici, Hawlett e Packard. E se ci pensiamo, con un pizzico di orgoglio italiano, anche noi abbiamo vissuto il nostro periodo dellaIMG_20150305_170827 pianura del Silicio, che aveva identiche caratteristiche. Se ripensiamo agli anni in cui la A4, che collega Milano con Torino, sedi delle università Politecniche più prestigiose d’Italia, lambiva la Olivetti, SGS, Telettra..accarezzava realtà rigorosamente made in Italy che esportavano nel mondo la bellezza e l’ingegno del belpaese.

Ti basta fare qualche miglio in macchina per sentirti anche tu uno startupper. Per aver voglia di aprire il tuo PC e metter mano ad un Business Plan mai iniziato troppo seriamente.

Ti basta entrare in uno Starbucks qualsiasi per sentirti parte di un meccanismo quasi commovente, un rituale che prevede la scelta della miscela di caffè preferita alla socializzazione con il nuovo compagno di scrivania. Perché se in Italia ci affanniamo a realizzare postazioni di coworking, qui hanno capito che il coworking e la contaminazione migliore ce l’hai da Starbucks. Tutti con il loro portatile, con i loro prototipi, schedine con led accesi e spenti a intermittenza, cuffie d’ordinanza. Persone che li lavorano perché li conosceranno qualcuno che li aiuterà a risolvere un problema che li blocca o che gli debaggy il codice o gli faccia da beta tester. Mi è bastato fare lo stesso gesto anche io. Prendere una tazza di caffè aromatizzato al caramello e di sedermi a un bancone con il mio prototipo di Xmetrics attaccato al computer. Mi è bastato questo per vedere un impercettibile movimento della testa di chi mi stava a fianco scrutare le mie mosse. E poi avvicinarsi e chiedermi a cosa stessi lavorando.

Sand Hill RoadE’ qui che ho conosciuto tante storie. Storie di successi, arrivati spesso dopo mille fallimenti. O meglio: dopo mille tentativi. Dopo un affinamento continuo del proprio processo di crescita e delle proprie capacità in attesa che l’idea giusta trovasse la “giusta execution”.

E’ qui che ho conosciuto incidentalmente persone che in un giorno guadagnano più di quanto io abbia guadagnato nella mia vita e che con grandissima naturalezza, si interessavano alla mia storia, alla mia startup, provando a darmi consigli non da uomo arrivato ma da persona che ci aveva dovuto provare. Gente che mi raccontava delle sue cadute più che dei successi. Che mostrava i lividi e non le medaglie.

Ti accorgi che non esistono persone inavvicinabili. Che chiunque ti dedica anche solo 5 minuti del proprio tempo, magari che ti ferma subito appena si rende conto che non può esserti utile in alcun modo. Non ricevi no a priori.

E non è la sindrome che ci spinge a considerare l’erba del vicino sempre più verde della propria. Perché a proposito di erba, a San Josè gran parte delle aiuole hanno il prato sintetico. La ch2013-08-02 13.15.13iamano ottimizzazione dei costi.

Non è una malcelata esterofilia. Perché volendo vedere ci sono tantissime contraddizioni pure qui. Poca apertura mentale per diversi aspetti.

Ma tutto passa in secondo piano, viene annegato nel melting pot di tecnologia e innovazione. Si confonde nel dinamismo dell’azione e del provarci, sempre e comunque.

Perché alla fine della giornata, sfogliando le collezioni di bigliettini da visita raccolti, sorridi a ripensare alle facce cariche di entusiasmo e alle storie ascoltate da perfetti sconosciuti. Le storie di Mark, Luca, Pavel, Chin, Hu. Italiani, tedeschi, polacchi, russi, cinesi. Una insalata globale di culture, mescolate a formare un substrato comune. O forse, aggregate da quel substrato comune. Sognando la California.

E un giorno, io ti avrò.

 

 

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Andrea Rinaldo, classe 1980, sposato, milanese d’azione. Una passione per lo sport, in particolare il nuoto, la tecnologia e il business (laurea al Politecnico di Milano e EMBA al MIP) che dopo anni di lavoro in una multinazionale sono sfociati nel progetto “X-Metrics”, StartUp che si sta sempre più affermando a livello italiano e internazionale.

About Paolo

Paolo
Sono milanese d'adozione, infatti alcune caratteristiche mi differenziano dai Milanesi DOC: ad esempio odio la nebbia e amo il vento. Però si, Milano mi ha sempre affascinato fin da quanto mio papà da piccolo mi portava alla Fiera Campionaria. Quel giorno era una gran festa, ed in particolare ricordo ancora il sapore dei tramezzini dell'autogrill di Dorno, quello grande, il più grande. Amo la musica, il cinema, leggere e molte altre cose ancora, ad esempio suonare la batteria.

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