Sette possibili rimedi per il futuro del lavoro

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I sette punti che verranno spiegati di seguito sono tratti dal testo di Walter Passerini e Ignazio Marino “La Guerra del Lavoro”, testo che denuncia le assurdità e le contraddizioni del mondo del lavoro attuale, dove è in corso una vera e propria “guerra” su scala planetaria.

In questo contesto, i due autori indicano sette rimedi possibili per costruire il futuro di ognuno di noi.

1. Le culture del lavoro: dal lavoro dipendente al lavoro intraprendente.

Dobbiamo avere una cultura del lavoro che lo veda certo come un diritto ma anche come un dovere e quindi come un progetto, qualcosa da costruire, da realizzare anche a livello personale. Questa cultura tende a darsi da fare per il raggiungimento di obbiettivi e risultati. Chi la interpreta non crede che il lavoro debba essere per forza dato da qualcuno all’esterno, ma anche al contrario possa essere un progetto, da costruire da soli o con altri, per il raggiungimento di obbiettivi di senso e utilità per gli altri.

2. I servizi per il lavoro: la rete che non c’è, ma che ci sarà.

Il diritto al lavoro del futuro sarà sempre di più diritto di avere dei servizi per il lavoro. La complessità delle molteplici forme di lavoro, l’esigenza crescente di adeguare l’offerta di lavoro alla domanda sempre più selettiva e specifica delle imprese rendono oggi indispensabile la creazione di un’efficace rete di servizi di accompagnamento al lavoro, sull’esempio delle esperienze dei più avanzati paesi europei.

3. Le fabbriche delle competenze: scuola e formazione alla guerra del lavoro.

Il cantiere della formazione deve essere maggiormente sviluppato se si vuole vincere la guerra delle competenze. Attraverso lo sviluppo dell’alternanza tra scuola e lavoro, con il rilancio dell’apprendistato, degli stage e dei tirocini, la quota dei giovani formati può aumentare di numero e di qualità.

4. L’insostenibile leggerezza delle buste paga.

Se guardiamo all’Europa, in Italia si registrano stipendi netti più bassi e costo del lavoro più alto. A questi due parametri se ne aggiunge un terzo: la bassa produttività. Per sviluppare la produttività occorre che il mix tra retribuzione fissa e variabile si sposti verso la seconda, per dare di più a chi lavora meglio, secondo parametri trasparenti di gruppo o individuali.

5. I giacimenti occupazionali: come e dove si crea lavoro.

Il primo canale per creare lavoro è quello delle PMI, il secondo è quello dei territori e delle specializzazioni. Le PMI devono spostare verso l’estero le proprie prospettive e i propri orizzonti. L’export sta diventando infatti sempre più rilevante per le imprese italiane. Tra i giacimenti occupazionali destinati nel futuro a produrre posti di lavoro c’è il terzo settore, che comprende il no-profit, la sanità, l’assistenza, l’istruzione e la ricerca.

6. Mettersi in proprio: una scelta, un’opportunità.

Il lavoro del futuro non sarà solo lavoro dipendente, ma in ogni caso sarà lavoro intraprendente, dentro o fuori l’impresa. Avviare una propria attività non è un ripiego ma una reazione necessaria, una sfida, un’opportunità, un percorso creativo e di apprendimento continuo. Il mondo cambia sempre più di giorno in giorno, occorre sapere come conoscerlo e come cogliere le tante opportunità che si presentano.

7. Mestieri ricercati, mestieri che tornano o che nessuno vuole fare.

Ai cercatori di lavoro attenzione ai settori gomma e plastica, legno e arredo tessile, che nel prossimo quinquennio registreranno un fabbisogno medio annuo di occupazione negativo. Tra i settori dinamici nei servizi troviamo sanità, assistenza sociale e servizi sanitari, turistico e alberghiero, seguiti dai servizi alle persone e servizi finanziari e assicurativi. E’ interessante inoltre verificare quanto spazio nella creazione di occupazione potrebbe esserci nei mestieri artigiani, anche e soprattutto per l’impatto delle nuove tecnologie (es: stampa 3D). Da considerare, sempre in quest’ambito artigianale, le possibilità offerte da settori quali il lusso, che ha un andamento tipicamente non correlato all’economia e che spesso anzi assume dei pattern anticiclici.

About Paolo

Paolo
Sono milanese d'adozione, infatti alcune caratteristiche mi differenziano dai Milanesi DOC: ad esempio odio la nebbia e amo il vento. Però si, Milano mi ha sempre affascinato fin da quanto mio papà da piccolo mi portava alla Fiera Campionaria. Quel giorno era una gran festa, ed in particolare ricordo ancora il sapore dei tramezzini dell'autogrill di Dorno, quello grande, il più grande. Amo la musica, il cinema, leggere e molte altre cose ancora, ad esempio suonare la batteria.

4 comments

  1. Grazie Paolo, interessante articolo, Complimenti!
    Due considerazioni sulle quali ti chiedo un parere:
    1. Metti all’interno del terzo settore la sanità, l’istruzione e la ricerca. In genere questi “mercati” non sono inseriti all’interno del terzo settore o sbaglio?
    2. Bisognerebbe parlare anche del mercato del lavoro per i cinquantenni come me, anche tu non ne parli. Non pensi che in Italia da qui a non molto inizierà una grande emigrazione verso l’estero di queste persone che il cieco mercato dela lavoro italiano praticamente non considera più?
    Grazie, Ciao!
    Angelo

    • Paolo

      Ciao Angelo,
      si la tua osservazione è tecnicamente corretta. Per semplificazione ho ricondotto tutto al terzo settore, l’intento era quello di evidenziare quali sono i settori potenzialmente più appetibili per lo sviluppo.

  2. Carla

    In attesa che Paolo ti risponda sul punto 1) mi intrometto sul punto 2) che ovviamente mi tocca da vicino.
    Che per i cinquantenni e oltre ci sia una grande crisi del mercato italiano è purtroppo un dato di fatto. Anche se considero questo una prerogativa molto più delle multinazionali, delle grandi aziende e dei settori tipo il nostro (IT). Nelle aziende italiane più tradizionali, di dimensione medio/piccole, non c’è l’ossessione a disfarsi dei “vecchi” come c’è appunto in quelle citate precedentemente. Non c’è l’ossessione, perché si dà più importanza a valori quali la reale competenza, esperienza e, perché no?, ai rapporti interpersonali che si sono creati nel tempo. Nella aride aziende multinazionali siamo tutti carne da macello. Ho sentito un HR Director internazionale (puoi immaginarti dove) affermare che dopo i 35 anni la gente “non ha più idee nuove”. Pazzesco, mostruoso. Quanto al fatto di andare all’estero la considero una prospettiva molto positiva ma mi pare poco attuabile per molti, dato che più cresci e più radici di tutti i tipi (affettive, psicologiche ecc.) hai con i luoghi del presente.

    • Ciao Carla,

      Grazie molte per il tuo commento, come sempre molto vero e molto utile.
      Sul fatto dell’estero aggiungo che a mio parere, purtroppo, quando a cinquant’anni ti offri per andare a lavorare all’estero (io ci andrei anche molto volentieri) è molto difficile che ti prendano (anche se sai l’inglese) a meno che tu non abbia già fatto prima, un’esperienza con domicilio/residenza all’estero.

      Grazie e A Presto
      Angelo

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