Makers di noi stessi

Da più di un anno a questa parte l’argomento “Startup” è diventato “Mainstream”, ovvero se ne occupano non solo i blogger della rete ma anche i canali più noti della comunicazione: televisione, stampa, eccetera. Sono in molti a storcere il naso su questo fenomeno, e spesso citano numeri e circostanze a loro favore: il 98% delle startup fallisce entro i primi tre anni, i finanziamenti a pioggia sotto forma di bandi piuttosto che di investimenti seriali ad opera di Business Angels e Venture Capitalist sono di fatto “sussidi alla disoccupazione” e così via.

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Diciamo che in linea di massima queste obiezioni potrebbero avere una loro ragion d’essere (anche se resta fastidioso il tipico “gufismo” che caratterizza gli italiani quando qualche fenomeno nuovo si affaccia all’orizzonte) in un’ottica puramente di analisi economica: è vero, spesso le nuove startup non passano il primo anno di vita; purtuttavia questa obiezione non coglie la sostanza di quello che sta succedendo e di quello che succederà in futuro: ovvero che sta cambiando il modo di lavorare e di porsi nei confronti del mondo del lavoro.

 

5Fino a 5-6 anni fa infatti l’orizzonte prospettico di carriera di un neolaureato universitario o di MBA vedeva come unica possibilità per il suo futuro quello di fare carriera in qualche multinazionale. Ora non è più così, perchè la tecnologia ha abilitato nuovi paradigmi sociali che stanno trasformando tutto: come si arriva al lavoro, come si valuta un lavoro, come si accede ad un lavoro. E soprattutto ha e sta disintermediando gli intermediari: basti pensare, ad esempio, alle nuove forme di accesso al finanziamento da parte delle imprese che possono così bypassare il canale bancario; piuttosto come si cerca lavoro oggi, con tools quali Linkedin o Glassdoor che rendono di fatto “attivo” l’utente nella ricerca di informazioni a lui utili su tale lavoro in tale azienda.

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E’ questa nuova consapevolezza, questo ritornare all’intraprendenza che sta di fatto ricreando una cultura imprenditoriale tra i nuovi e meno nuovi strati sociali, dopo anni di egemonia culturale del “lavoro sicuro in banca”, con i quali molti di noi sono loro malgrado cresciuti. I “Makers” non sono solo quelli che abilitati dalla tecnologia stanno gettando le basi la fine della cultura tayloristica della divisione del lavoro, ma siamo potenzialmente tutti noi, che possiamo tornare ad essere “Makers di noi stessi” così come lo sono stati i nostri genitori che hanno rilanciato l’Italia nel boom economico degli anni 60.

Per questi motivi quindi e per capire fino in fondo che cosa c’è dietro una “startup” occorre guardare oltre la singola iniziativa di business; dietro a quell’iniziativa ci sono persone che rischiano la propria vita professionale e personale si per rincorrere un’idea ma anche e soprattutto per raggiungere la consapevolezza di quello che stanno facendo, un concetto non sempre così chiaro nel mondo del lavoro.

About Paolo

Paolo
Sono milanese d'adozione, infatti alcune caratteristiche mi differenziano dai Milanesi DOC: ad esempio odio la nebbia e amo il vento. Però si, Milano mi ha sempre affascinato fin da quanto mio papà da piccolo mi portava alla Fiera Campionaria. Quel giorno era una gran festa, ed in particolare ricordo ancora il sapore dei tramezzini dell'autogrill di Dorno, quello grande, il più grande. Amo la musica, il cinema, leggere e molte altre cose ancora, ad esempio suonare la batteria.

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